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Siamo UOMINI o CAPORALI?..

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Due persone adulte e vaccinate dovrebbero sempre essere in grado di sedersi una di fronte all’altra e discutere, confrontarsi e se vogliono, costruire un progetto. Questo finale dovrebbe essere normale quando i protagonisti sono due professionisti. In fin dei conti, i presupposti, sono tutti positivi. Abbiamo la location giusta l’ufficio, l’obiettivo un progetto comune, le competenze vengono entrambi dal mondo imprenditoriale. Non sembrano palesarsi strambi motivi infausti. Entriamo più nel dettaglio. L’imprenditore capo e padrone il primo, il consulente esperto di qualcosa il secondo. Quest’ultimo gioca fuori casa.

Immaginiamo la scena. Da un lato del tavolo abbiamo in padrone di casa il Sig. Pietro. 52 anni. Sposato, con due figli. Da 25 anni ha la sua impresa di famiglia. L’ha eredita da suo padre Alfredo. Un uomo tutto di un pezzo. Il quale firmava accordi stringendo una mano. Alfredo ha sempre voluto fare l’imprenditore e negli anni 70 ha saputo costruire una piccola fortuna. Pietro ha ereditato tutto dal padre. Compresa la voglia di emergere. Nel 2000 ha subito una contrazione del mercato, ridotto la struttura, esplorato nuovi canali di business senza troppa fortuna. Oggi ha retto l’urto, superato la crisi, ma tante cose sono mutate. Ci sono nuovi e grandi competitors. I suoi Accordi con i Players sempre più vincolati a risultati e incassi ridotti. Senza contare carichi amministrativi e del legislatore. Pietro ha capito una cosa:” deve andare oltre il suo mercato e processo distributivo. In pratica deve potenziare la sua capacità imprenditoriale”. Intuisce l’idea. Capisce il valore del ruolo che ha saputo costruirsi sul mercato. Da questo vuole partire. Il RUOLO. Dov’è il limite? Semplice…

NON HA UNA STRATEGIA. NON HA UN METODO.

Entra in gioco il secondo invitato, seduto dall’altra parte della tavola. SIMONA. Simona ha 45 anni, sposata, con una figlia piccolina, specializzata nella costruzione di progetti commerciali. Cosa? Senza andare troppo nel complesso, lei si occupa di consulenza per la micro impresa o piccola impresa. Il suo compito è aiutare l’imprenditore a progettare e mettere in pista la sua idea. Le competenze sono trasversali. Una valigia iniziata a scuola, arricchita in varie esperienze in diverse realtà e ruoli nel mondo del lavoro. Tante IMPRESE vissute e interpretate sul campo. Dopo quasi 20 anni di prove, esperienze, errori e successi, nasce l’idea di mettersi al servizio di chi vuole fare una nuova impresa. A questo punto della lettura voglio anche consigliare una connessione. Una brava professionista. DANIELA CADEDDU Daniela Cadeddu. La trovate su LINKEDIN. Lei ha un approccio analitico e aiuta l’imprenditore a schematizzare e soppesare il “nuovo progetto imprenditoriale”. Da seguire sicuramente. 

Torniamo al tavolo. Pietro e Simona sono seduti uno di fronte all’altra, un foglio, una penna e due caffè fumanti. Qui ha inizio il viaggio. Da qui parte un bivio. O si coglie l’obiettivo o si cade sbattendo il coccige a terra. Sbagliare è più che umano. Giusto. Solo se si ha lo stomaco pronto per sentire un po’ di dolore. Quando si cade occorre, è naturale, ferirsi. Da una ferita si impara qualcosa. Poi si riparte e si cresce. Torniamo a Pietro e Simona. Il primo passo importante da fare insieme è modulare la comunicazione. Parlare la stessa lingua. Capirsi. E’ un passo essenziale. Se il feedback è male interpretato non vengono colti i segnali, i punti, le sfumature, di ogni discorso. Un esempio? Eccolo:

PIETRO VUOLE SEMBRARE QUELLO CHE NON E’. SIMONA PARTE DA UNA BASE DISTONICA.

Invece Pietro, le descrive una realtà concreta. Dove alcune competenze e non altre esistono e convivono. Dove economicamente le risorse sono limitate. Dove la percezione verso la delega del padrone è immatura, ma ci sta lavorando. Simona allora comprende e annota. Dopo si inizia a parlare di scenari. Qui la fantasia va dove vuole. Dove vorrebbe arrivare un progetto. No dove arriverà. Una bella differenza. Ci vuole ed è necessaria. Fa bene. Anima la voglia e il desiderio. A un uomo serve. Simona quindi annota e sottolinea le CHIAVI. Cioè piccoli particolari ricorrenti. Elementi “pesanti” per il proprio interlocutore. Dovranno essere fortemente in considerazione nello sviluppo di un progetto. Sono come il colore preferito. O il gusto. Qualcosa del genere. Allora ricapitoliamo…

Pietro e Simona sono intorno a un tavolo. Hanno una missione da compiere. Trasformare un’idea in un progetto. Se sbagliano approccio si fanno male. Se parlano la stessa lingua invece, hanno un viaggio speciale da fare insieme. Il segreto? Essere connessi. Stessa lingua. Partire sempre dalle chiavi. Se Pietro fosse un caporale , allora si parlerebbe addosso. Lui direbbe di sé solo quanto è stato magnifico nella sua vita professionale. La sua idea necessiterebbe solo di mano d’opera e per ovvi motivi non è decollata perché “la gente non ha voglia di lavorare”. Simona dovrebbe solo ascoltare. Tutto è già scritto. Nessun diritto di replica. Poche considerazioni. Da qui un linguaggio a senso unico. Le chiavi poche, tanto ego, poche chance.

Il consiglio?

A un tavolo ci si è seduti in due. Non è un caso.

Marco Giustini